Buona Pasqua: quando l’aneddoto diventa uno straripamento di ricordi!

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La mattina di Pasqua avevo iniziato a scrivere questo post per farvi gli auguri e per ricordare l’aneddoto del pulcino ubriaco….  Poi sono precipitata nei ricordi ed ho trovato rifugio nella scrittura… ed ho finito a Pasquetta.
Questi ricordi li voglio dedicare alla mia GRANDE FAMIGLIA che ho avuto ma in modo particolare a MIA COGNATA GIANNA, moglie di mio fratello Gianni, una donna veramente speciale, con la quale anche nel 2018, seppur parzialmente, abbiamo voluto portare avanti la tradizione della merenda di Pasqua della nostra famiglia.
Sono mancate molte cose in questa Pasqua: mio nipote che vive a Londra, la gelatina, le pinze, il kren ed i dolci fatti in casa e, sopra e prima di tutto, gli affetti a noi più cari, quelli che non ci sono più, ma che anche quest’anno erano seduti con noi intorno al tavolo del giardino: erano il sole dopo tante giornate di pioggia, erano i fiori sbocciati con forza dopo un inverno strano e confuso, erano in quel rapace che volava alto e immenso nel cielo sopra di noi quasi a volerci osservare da lontano per verificare che tutto fosse al proprio posto.
Erano in tutti i piccoli particolari che componevano la NOSTRA tavola di Pasqua e che abbiamo condiviso con mia cognata Gianna e mio fratello Duilio.
Quello che non è mancato – anche se ormai la nostra potremmo definirla una famiglia “alla spicciolata” ed un po’ rappezzata – è quindi il SENSO DI FAMIGLIA, la CONDIVISIONE DEL RICORDO DELLE TRADIZIONI e sicuramente il fatto di TENERE APERTO IL CUORE AD OGNI COSTO.
Tutto quello che auguro di cuore a chi avrà voglia di leggere questo mio scritto, è di poter provare quello che ho provato io, di trovare qualcosa in cui credere e tornare a rifugiarsi nei ricordi quando sentirà la solitudine forte della mancanza degli affetti più cari, la mancanza della propria famiglia.
1 Aprile 2018 – Facebook
Volevo augurare a voi e alle vostre famiglie una buona e serena Pasqua con un aneddoto relativo alle Pasque della mia infanzia: la mia famiglia non ha mai fatto il pranzo pasquale, non so cosa siano agnelli, capretti o cose simili.
Da noi si faceva la merenda pasquale e possibilmente la si faceva in giardino.
Il rito della merenda pasquale iniziava almeno una settimana prima quando mia mamma cominciava a preparare le pinze, il presnitz e la putizza ed il profumo di dolci invadeva pacificamente la casa.
E poi c’era il rito della gelatina, tradizione tramandata da generazione in generazione con dovizia di particolari che non dovevano essere assolutamente dimenticati; si cominciava con la spesa, gli affumicati e non di maiale e di vitello che dovevano avere determinate caratteristiche, le dosi e le quantità e poi la preparazione.
Ricordo che sia per la preparazione delle pinze che per quella della gelatina (le prime che con il loro taglio rievocano la terra squarciata dal terremoto, la seconda la terra che ha tremato quando è morto Cristo), mia mamma si metteva la sveglia di notte per svegliarsi a rimpastare i dolci o a schiumare la gelatina che doveva bollire per infinite ore abitualmente la notte del venerdì santo.
Sabato mattina poi il rito per impiattare la gelatina: dopo aver verificato che il brodo rapprendesse in maniera giusta provandone la densità su un piattino vicino alla finestra, quando la carne era pronta (c’erano diversi tipo piedini, orecchie, nervetti, costa, ecc.) bisognava pulirla molto attentamente affinchè non restassero minuscoli residui di osso e tagliarla in pezzetti tutti uguali ed ogni ciotolina doveva essere uguale all’altra per dosi di carne e brodo.
Filtrarla era un rito nel rito: con un colabrodo ed un tovagliolo a trama spessa affinchè solo il “cuore” del brodo filtrasse.
Mentre mio fratello preparava i piatti dosando brodo e carne, mia mamma andava a prendere in giardino le foglie di alloro che sarebbero andate a guarnire il piatto assieme alle 3 fettine sottili di aglio e alla spolverata di pepe.
Tutti gli “avanzi” del bollito, quelli meno belli, andavano poi a realizzare la terrina delle “scovazze”, la più buona, quella che aveva un mix di tutto, quella dai mille sapori, quella che si teneva per la famiglia e non si poteva offrire agli ospiti in quanto poco bella alla vista, ma sicuramente la più buona.
Poi bisognava preparare il tavolo nella grande stanza d’ingresso, la stanza più fresca della casa con la tovaglia bianca della nonna e tutte le ciotoline allineate.
La grande attenzione era rivolta al fatto che non facesse troppo caldo altrimenti la gelatina non si sarebbe rappresa.
Nel soggiorno invece, sul tavolo, facevano bella mostra le pinze (quella grande del giorno di Pasqua, quelle “una per ogni figlio”, quelle da regalare, e poi la mia pinzetta piccola, quella che avevo fatto io con le mie mani con un piccolo pezzetto di impasto), le titole e le gallinette con le uova sode, i presnitz e le putizze.
Questi erano però i lavori dei “grandi”: l’unica cosa che potevo fare io era colorare le uova (rigorosamente di rosso , di verde, di blu e di viola), attaccarci qualche decalcomania (quelle che si appiccicavano con l’acqua strofinando, chi se le ricorda?)  e poi lucidarle con un pezzetto di “crodiga” (cotenna) di lardo.
A mezzanotte del sabato Santo ricordo mia mamma che, anche se stavo dormendo, veniva a bagnarmi gli occhi perchè Cristo era risorto.
Il giorno di Pasqua ci si svegliava presto per andare a Messa e si aveva sempre qualcosa di nuovo da indossare: un vestito, le scarpe, una maglia… era Pasqua!
Prima di andare a Messa non si poteva bere neanche il caffè perchè bisognava andare prima in chiesa. Si preparava una fettina di pinza, un pezzetto di pane, un pizzico di sale ed un uovo sodo: tutte cose che, messe in un tovagliolo, si portavano a Messa per far benedire a fine celebrazione. Tutte cose che poi si sarebbero condivise in famiglia sul tavolo della merenda pasquale prima di iniziare il pranzo.
Al ritorno dalla Messa, finalmente, si poteva bere il caffè con un pezzetto di pinza e poi, via, ognuno con il proprio incarico a preparare un pezzetto della merenda pasquale.
Mio padre con mio fratello Gianni preparavano il kren (rafano) con il brodo, le mele oppure l’aceto. Altra super tradizione di famiglia: dopo aver pulito la radice bisognava grattugiarla finemente e poi impastarla. Quante lacrime…. altro che la cipolla!
Poi si preparava il tavolo, come detto possibilmente in giardino.
E tutto era pronto per la merenda pasquale.
Ecco il menù… nell’ordine…
  • Prosciutto cotto tagliato a mano rigorosamente grossetto e misto (con quel bordino di grasso che gli schizzinosi usano togliere…) con il kren e la pinza;
  • Formaggi: Emmenthal, Latteria (perchè una volta si chiamava così ed era soltanto uno di stagionature diverse – il nostro era fresco – mentre oggi ce ne sono tanti … Montasio Asiago Malga…. ecc. ecc. ecc.); Gorgonzola;
  • Olive, cetrioli e peperoni sottaceto e cipolline;
  • Insalatina e uova sode;
  • Gelatina;
  • Presnitz e Putizza;
  • Vino dei Colli Romani.
Punto. Questi erano gli “ingredienti” della nostra merenda pasquale.
Dopo la merenda finalmente si potevano aprire le uova di cioccolata che hanno sempre avuto sorprese assurde…
E poi i giochi… uno per tutti quello dell’uovo da colpire con il soldino a tipo un metro di distanza… bon io non ci riuscivo mai…
Ah… dimenticavo… l’aneddoto di cui volevo parlarvi (anche se poi ho deviato nei discorsi e mi sono lasciata prendere un po’ la mano) era il pulcino ubriaco poi diventato il… gallinaceo…
Ogni tanto a casa mia si comprava un pulcino: non so e non voglio sapere se poi questo pulcino finiva in qualche pentola tuttavia per me che ero piccola era molto divertente vederlo crescere.
Ricordo che si andava nell’Agraria di Righi, in piazza Goldoni a prendere le piante e sul retro nel negozio, nel periodo di Pasqua, in uno spazio dedicato sotto delle grandi lampade c’erano decine e decine di pulcini pigolanti.
Ricordo in particolare un anno che mio papà me ne aveva comperato uno.
Il pulcino girava tranquillamente per casa ed io giorno di Pasqua con mio fratello Duilio abbiamo provato a dare dei pezzettini di pinza al pulcino che ovviamente si è “ingossato”… ritengo che ingossare non sia un vocabolo italiano ma puro dialetto triestino… bon… si stava soffocando per farla breve… allora gli abbiamo dato un po’ di vino e il pulcino… andava a zig zag e non stava più sulle zampine… e noi giù a ridere…
Poi il pulcino è cresciuto e con le mie compagne di scuola Sandra e Gabri lo chiamavamo il gallinaceo perchè era proprio brutto brutto… Mi sembra di stare a scrivere un tema delle elementari…
LA MORALE di tutto quanto ho scritto oggi è molto semplice… ci sono momenti in cui è proprio difficile andare avanti, momenti in cui la vita sembra sfuggirti di mano e non sai quale potrà essere il tuo domani. Tu aggrappati ai ricordi e magari fai come ho fatto io. Scrivili. E magari di tanto in tanto rileggili. Ti terranno compagnia e ti riscalderanno il cuore.
La mia Pasqua 2018 è trascorsa tutto sommato serena ed ora anch’essa va a riporsi nel cassetto dei ricordi.

 

 

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Olio Capitale 2018: inaugurato oggi il salone degli extravergini di qualità

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Fino al 6 marzo alla Stazione Marittima di Trieste – 

La dodicesima edizione di Olio Capitale si è aperta premiando la qualità. Il Salone degli extravergini tipici che si svolgerà fino a martedì 6 marzo nella Stazione Marittima di Trieste, grazie all’organizzazione di Aries – Azienda Speciale della Camera di Commercio Venezia Giulia e la collaborazione dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio, quest’anno ha scelto di iniziare con la proclamazione dei vincitori del suo Concorso.

I vincitori del Concorso
Ed è la Sardegna a far man bassa di premi: il “Fruttato Fois” dell’”Accademia Olearia” si è aggiudicato il premio per il miglior fruttato leggero, ma è “Luna nera di Oliena” dell’Azienda Agricola Sebastiano Fadda il vero mattatore che oltre al premio per il miglior fruttato medio si è aggiudicato anche la menzione speciale della Giuria Ristoratori, quella della Giuria Popolare e per finire la Menzione Ex Albis Ulivis.

Va, invece, oltreconfine, alla Slovenia, all’“Olio extravergine d’oliva Itrana” dell’azienda “Vanja Dujc” di Capodistria –Koper il premio per il miglior fruttato intenso. Il pugliese “Mimì Coratina” dell’Azienda Agricola Donato Conserva guadagna il favore della Giuria degli Assaggiatori, vincendo la loro menzione, mentre al laziale “Colle Giglio” dell’Azienda Agricola Federico Marocca va la nuova menzione “Young” e per finire “Le Creve Garda DOP” dell’azienda “Le Creve di Paolo Forelli” si aggiudica la “menzione Credit-Agricole-Friuladria” per il migliore evo del Nordest.

L’inagurazione di Olio Capitale
“L’Italia dell’extravergine deve puntare sull’eccellenza. È sulla qualità che bisogna insistere perché noi non potremo mai essere competitivi sulle grandi quantità. I buyer esteri che anche quest’anno abbiamo invitato a Olio Capitale vogliono comprare da noi l’eccellenza italiana” sottolinea Antonio Paoletti, presidente della Camera di Commercio Venezia Giulia.

Ed è proprio questa la carta vincente della manifestazione: “Olio Capitale è l’appuntamento di riferimento dell’extravergine d’oliva italiano. In questi suoi dodici anni di storia, a cui abbiamo partecipato come Associazione Nazionale Città dell’Olio, anche il mercato è evoluto, ma questa fiera è rimasta ed è cresciuta” spiega Enrico Lupi, presidente dell’Associazione. “Chi l’avrebbe mai detto, dodici anni fa, che Trieste, con la sua produzione olearia di nicchia, sarebbe riuscita a diventare un punto di riferimento per tutta l’olivicoltura nazionale grazie a questa bellissima manifestazione. Una scommessa vinta” aggiunge Roberto Dipiazza, Sindaco di Trieste.

Proprio in ragione del suo impegno nella valorizzazione della qualità e delle produzioni locali si spiega la sponsorizzazione di Despar: “I mini-corsi d’assaggio organizzati la scorsa settimana hanno avuto un ritorno inaspettato, tale da non poter accogliere tutte le richieste di partecipazione – nota Tiziana Pituelli, Responsabile marketing Despar Friuli Venezia Giulia -. Un importante segnale che ci spingerà a investire ancora sulla valorizzazione dell’extravergine”. Le fa eco Emanuela Bagatin, Direttrice territoriale di Crédit Agricole-FriulAdria: “Il nostro obiettivo è valorizzare il territorio: ecco perché abbiamo voluto fortemente una menzione speciale del Concorso per il miglior olio del nostro territorio”.

Il convegno inaugurale olio + scienza
La crescita di Olio Capitale è andata di pari passo all’evoluzione del proprio format. Ecco perché nel convegno inaugurale organizzato in collaborazione con l’Associazione Nazionale Città dell’Olio sono stati affrontati argomenti che impattano fortemente sulla vita del coltivatore, come i cambiamenti climatici, da una prospettiva scientifica, pensando già a ESOF2020 e Trieste città della Scienza.

La scienza, quindi, come soluzione per affrontare le nuove sfide dell’agricoltura: siccità, attacchi della mosca, alluvioni stanno mettendo a dura prova l’olivicoltura mediterranea. “Il problema è intervenire sulle cause che determinano i cambi climatici, ma visto che non si ha la potestà di farlo, bisogna pensare come nel breve periodo è possibile fronteggiarli – nota il giornalista Carlo Cambi -. Ed è qui che entra in campo la ricerca, per esempio sulle cultivar e il loro genoma”. “PTP Science Park è una piattaforma genomica, un centro di ricerca e servizi per il settore agroalimentare – spiega Pamela Abbruscato responsabile di PTP Science Park – Lavoriamo sul DNA controllato con una metodica sul finger print del DNA che può aiutare a diffondere la mentalità della qualità e della garanzia”.